“Torniamo allo Statuto” *

Naturalmente non intendo riferirmi allo Statuto Albertino, anche se, a certa politica e imprenditoria retriva, ritornare ad un modello di carta fondamentale “ottroiata” di certo non dispiacerebbe. Dal canto mio, mi riferisco allo Statuto dei Lavoratori, alla Legge n. 300 del 20 maggio 1970. Nata in un clima di forte fermento culturale, politico e sindacale, ma anche grazie all’impulso ideale di personalità del calibro di Giuseppe Di Vittorio, Giacomo Brodolini , Gino Giugni e Carlo Donat Cattin. Una legge, a giorno d’oggi, mutilata e calpestata da un capitalismo senza scrupoli e regole che, da ormai da più di un ventennio, impone uno stravolgimento dei valori costituzionali e relega l’impegno e la forza dei lavoratori all’umiliante rango di merce di scambio. Lo Statuto dei Lavoratori, del quale torniamo a parlare, in questi giorni, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua emanazione, si pone come provvedimento legislativo fondamentale in quanto contribuì ad attuare, all’interno dei luoghi di lavoro, i principi basilari della nostra Costituzione. Con la Legge 300 del 20/05/1970 venne infatti sancito il diritto alla libertà di opinione anche nelle aziende private, garantita la libertà di riunione, il diritto a non esser controllati in modo improprio e a non esser licenziati per il mero arbitrio del datore di lavoro. Parimenti, vennero garantiti il diritto alla salute e alla sicurezza nonché quello a non subire il demansionamento. Si diede avvio alle rappresentanze sindacali aziendali, si aprì alle assemblee, ai referendum e al diritto d’affissione. Venne dichiarata l’illegittimità dei licenziamenti e di ogni altro atto del datore di lavoro specificamente mirato a limitare l’esercizio della libertà, dell’attività sindacale e del diritto di sciopero. Si trattò di una riforma epocale. Sicuramente unica nel suo genere, giacché consentiva, conformemente al nostro modello costituzionale, lo svolgimento delle attività imprenditoriali private nel rispetto della persona del lavoratore e dei suoi diritti.  Con modalità e principi che, senza comportare il ricorso ad un sistema comunista, si rispecchiano in pieno in un modello autentico di stato sociale. Lo Statuto dei Lavoratori, pur avendo rango di norma costituzionale, risulta oggi fortemente depotenziato, a causa di una sinistra salottiera scesa a compromessi con quei potentati economici che, tante volte, abbiamo criticato sulle pagine di questo piccolo spazio, ma anche a causa di una platea di lavoratori che sembra aver dimenticato che le conquiste sociali non vanno mai date per scontate, ma difese giorno per giorno. L’auspicio è che questa legge non continui a morir di lenta consunzione e che, in tempi come questi, in cui si rende necessario ricostruire un paese economicamente, socialmente e moralmente martoriato, si ponga come esempio e punto di partenza. Nella consapevolezza che, senza un’efficace regolamentazione delle attività economico-produttive e lavorative, improntata al rispetto della persona umana, della sua dignità e non solo al profitto, sarà in pericolo la stessa democrazia.

*“Torniamo allo Statuto” era il titolo dell’articolo pubblicato il 1 gennaio 1897 sulla rivista “Nuova Antologia” dal deputato della destra storica Sidney Sonnino il quale, con detto articolo, reclamava il ritorno del potere esecutivo nelle mani del re. Io lo riutilizzo qui con tutt’altro spirito e a difesa di ben altre esigenze.

Nell’immagine introduttiva : una manifestazione di metalmeccanici a Milano nel 1969.

16 pensieri riguardo ““Torniamo allo Statuto” *

    1. Penso anch’io che a volte sia necessario perché tante volte si mettono da parte leggi come questa che sono regole di civiltà. Si tratta, appunto, di ritornare indietro ed emendare scelte assolutamente inopinate.

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  1. Pienamente d’accordo. Lo Statuto era legge fondamentale nelle parti purtroppo recise,anche se le stesse erano talora bistrattate nell’applicazione concreta da interpretazioni compiacenti o faziose.

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    1. Ricordo che anche a livello accademico la legge venne osteggiata dai docenti più conservatori, talvolta condizionando negativamente l’esito degli esami di studenti propensi a seguire dottrina e giurisprudenza favorevole allo statuto. Il mondo imprenditoriale e il conservatorismo fecero cose turche per osteggiare l’applicazione della legge e così ci furono appunto quelle interpretazioni compiacenti e faziose alle quali fai riferimento. Un salutone a te.

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    1. E questo proprio per l’incapacità dei lavoratori di continuare a lottare per conservare diritti e posizioni che dovevano esser difese giorno per giorno. Si è scelta la piaggeria e dunque di lasciar fare alla categoria datoriale pur di avere un pizzico di tranquillità. Ci si è venduti per un piatto di lenticchie (sia i lavoratori che i sindacati) e le nuove generazioni ne stanno già pagando le conseguenze in termini di precarietà e assenza di diritti.

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  2. Il Jobs Act, dal nome inglese tanto altisonante e ad effetto, è nato per tutelare gli interessi dei datori di lavoro. Occorre invece ritornare allo Statuto dei Lavoratori per cercare di realizzare un mondo del lavoro che non sia improntato solamente al profitto ma abbia pieno rispetto per la personalità e i diritti di chi lavora.

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  3. Ci son stati dei tempi in cui i sindacati svolgevano appieno la loro funzione. Il fatto che in Italia sia stata promulgata una legge di ampio respiro quale è lo Statuto dei Lavoratori ne è la dimostrazione. Negli anni ’70 l’attività sindacale era intensa. Dagli anni ’80 è iniziato il riflusso con sindacati e lavoratori che hanno iniziato a cedere. Ho visto tanti lavoratori non segnarsi lo straordinario, altri farsi “spia” dei datori di lavoro, altri ancora mettersi in malattia nelle giornate di sciopero e sindacalisti che, non più sostenuti dalla base, hanno iniziato a farsi gli affari loro e arroccarsi sui privilegi derivanti dalla loro posizione. Questa purtroppo è la realtà ma, occorre dirlo, qualcuno che ancora fa il suo dovere di sindacalista c’è e da questi credo si possa ripartire.

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  4. Sicuramente dobbiamo riconquistare quella dignità per tutti i lavoratori, a partire dagli immigrati (penso al vergognoso attacco violento a quell’immigrato che chiedeva la mascherina al suo sfruttatore, che spero venga punito in modo esemplare), bisogna ritornare ai favolosi anni ’70, che sono stati pieni di idee e conquiste (che, dobbiamo sapere, non sono per sempre, ma vanno riconquistate, rinfrescate, ogni tanto, anzi, sempre…).

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    1. C’era la voglia di lottare insieme in quegli anni e la consapevolezza che da soli non si va lontano. Ritrovare lo spirito di quegli anni vuol dire riappropriarsi della regola della contrattazione collettiva come forma di interlocuzione con la controparte datoriale. Se non si farà questo si andrà ancora più a fondo.

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  5. Gli anni settanta gli ricordo come una fucina di idee e di conquiste, i tempi stavano cambiando grazie alle forze riformatrici nate dall’unione, nella protesta, della classe operaia con gli studenti. Era un periodo dove la partecipazione politica e ideologica era molto sentita e molti sono stati gli obiettivi raggiunti, nella scuola come nelle fabbriche.
    Miglioramenti salariali e giusti diritti davano a alla popolazione una nuova dignita umana e finanziaria. Ma come tutti i sogni, anche le conquiste raggiunte, sono morte, non all’alba ma nel disinteresse di tanti e nella impossibilità di avere politici e sindacalisti capaci.
    Forse un giorno ritorneranno i sogni e la partecipazione alla lotta,perche per vincere bisogna sempre lottare.
    Un caro saluto da un ex Lc non pentito.
    Ciao fulvio

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  6. Riguardo agli hanni ’70 sono d’accordo con te. Ricordo che qualcuno si metteva davanti al portone del liceo per non farci entrare, invitantoci a partecipare, lottare per i diritti che ci venivano negati .

    Buon fine settimana
    Rakel

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